domenica 1 marzo 2015

Lo Sciacallo (2014) - Recensione

 
Non è raro chiedersi, nel guardare video di eventi catastrofici, chi sono in verità i volti dietro la macchina, quelli che stanno riprendendo il tutto per distribuirlo al mondo. Chi sono questi individui? Quali sono le loro motivazioni?


Il film Lo Sciacallo, candidato per miglior sceneggiatura originale agli oscar 2015, affronta proprio questo argomento. C'è da dire che sia il nome in italiano che quello inglese del film (Nightcrawler è un tipo di lombrico che spunta fuori solo di notte) sono perfettamente idonei per identificare il protagonista del film, Lou, interpretato da un divino Jake Gyllenhaal. Ma andiamo con calma.



Un mondo nascosto dietro la videocamera

Lou fin dalle prime scene si caratterizza come un giovane che come tanti fa di tutto per guadagnarsi da vivere, con notevoli difficoltà. Divenrsamente da tanti però Lou appare non avere molti scrupoli nel modo in cui ottiene i suoi soldi.

Il termine sociopatico è il primo che viene in mente vedendo la sua totale mancanza di empatia verso gli altri.
Assiste ad un incidente, e la cosa che gli rimane più impressa dell'evento non è il corpo sanguinante di un uomo, ma un reporter d'assalto, uno sciacallo, che appare per fare qualche ripresa e sparisce poco dopo.

Lou si ritrova immediatamente attratto da un lavoro del genere, e scopre di avere un talento naturale per esso. La sua totale mancanza di empatia lo rende un gioiello per le reti locali, che si aggiudicano i suoi video pieni di sangue e violenza per cifre notevoli.



Lou, cinismo e pianificazione

Il film, però, sfrutta la questione deviata e morbosa dello sciacallaggio non come puro intrattenimento informativo, a mò di documentario. La parte più interessante è che il regista lo usa come un contesto in cui descrivere Lou, che è il vero protagonista del film. Lui è così tanto portato per questo lavoro da fare paura alle stesse reti televisive e colleghi sciacalli.

Lou è sicuramente un giovane intelligente, forse anche superiore alla media. E' evidente che tutto quello che fa, tutti i rischi che corre, non sono mai a vuoto, ma hanno sempre uno scopo preciso, e spesso egoistico. Durante il film si finisce per avere paura di lui, questo antieroe che non ha assolutamente alcuno scrupolo.


Gyllenhaal è davvero incredibile nel suo ruolo. Jake ha sempre dato il meglio di sè in tutte le parti che ha recitato, ma in questo film è davvero superiore alla media, tanto da domandarmi perché non sia stata considerata una sua candidatura ad un oscar.

Non lo dico con leggerezza. Nel film, Gyllenhaal non esiste. Esiste solo Lou, con il suo cinismo e fredda calcolatezza. Jake ha perso ben dieci chili per entrare nel ruolo, e la differenza si nota chiaramente, diventando quasi irriconoscibile.

La passione e coninvolgimento che Gyllenhaal mette nel ruolo è davvero impressionante. In una particolare scena in cui doveva rompere uno specchio, si è tagliato una mano, necessitando di punti di sutura.


Regia impeccabile

Le inquadrature del film ci mettono a noi, spettatori, come passanti, testimoni della vita deviata di Lou. Le telecamere sono sempre a livello degli occhi, permettendoci di osservare le scelte di Lou da un punto di vista umano, livellato, non moralista.

E' come se noi fossimo dei reporter della vita di Lou, osservando in maniera distaccata la sua vita, giudicando le sue azioni con un metro di giudizio distaccato e cinico esattamente come il suo.

Il film nasconde dietro di esso una critica alla gioventù moderna. Lou è figlio di internet, e come tale ha sviluppato un livello di conoscenza notevole, a scapito della sua umanità. Lo vediamo vivere le sue giornate recluso in casa, davanti a uno schermo.

Il regista ovviamente critica questo tipo di atteggiamento, probabilmente giudicandolo troppo disumanizzante. E forse ha ragione. Non si fatica a credere che Inernet possa generare individui come Lou, freddi e distaccati dalla sofferenza altrui.

Il film nel complesso è coerente, ben strutturato e piacevole da guardare. Il debutto alla regia di Dan Gilroy può essere considerato un successo, specialmente considerato quanto semplice può essere cadere nella banalità e nella scontatezza con un tema come questo.


Oltre il film, un messaggio


Nota di credito va data alla sceneggiatura. Lou, anche se ha comportamenti al limite del criminoso, è solamente un reporter. E' distaccato dagli eventi, e come tale non fa parte del bene o del male. Mentre i veri criminali, quelli davanti il suo obiettivo, la pagano, lui, che si trova dietro tale obiettivo, spesso riesce a farla franca.

La classica formula da favoletta americana in cui i cattivi perdono e i buoni vincono si spezza. Stiamo assistendo ad un reporter che osserva quei crimini, che li osserva da lontano in maniera distaccata, senza lasciarsi coinvolgere. Il buonismo da osservatore svanisce quando ci rendiamo conto che ci sono crimini morali che si possono compiere senza intervenire direttamente, proprio come la intrusiva telecamera di Lou.

Quello che rimane è che il crimine sta solo sullo schermo televisino, ma anche attorno ad esso. Tutta la struttura giornalistica ha le mani sporche. Ma noi, come osservatori esterni, passivi, non possiamo vedere oltre i limiti dello schermo,e in tale modo lasciamo correre tale sudiciume, solamente perché non ci rendiamo conto che esiste.

Il vero crimine è solo quello che viene riconosciuto come tale. Ma se non sappiamo neanche che esiste, come facciamo a riconoscerlo?



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